Presentiamo nelle pagine che seguono i dati che il gruppo di studio sui femicidi della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, raccoglie annualmente a partire dall’indagine della stampa nazionale e locale.

Il nostro lavoro ha preso vita a partire dal 2005, allorché ci siamo decise a mettere in piedi un piccolo  osservatorio  sui   femicidi   che  si   verificavano  nel  nostro paese,   considerato  che  nessuna istituzione o ente specializzato si occupava di dare conto di questo fenomeno, né dal punto di vista quantitativo, né da quello qualitativo.

Oltre a raccogliere le informazioni sui femicidi, per capire chi erano per la maggior parte le donne che ne restavano vittime, chi i loro autori, dove si svolgevano più di frequente questi drammatici  eventi, abbiamo avuto modo di sfatare molti  luoghi comuni intorno a tali delitti ed alla violenza contro le donne in generale.

Abbiamo rilevato in primis come i femicidi abbiano dinamiche molto simili, anche se si verificano in contesti molto diversi, più di frequente nel Nord del nostro paese, in ambiti quindi in cui le donne lavorano di piu ed hanno un grado di autonomia ed emancipazione dal maschio maggiore.

Inoltre  dalle  nostre  indagini   è  emerso  come  gli   uomini   che  ne  sono  autori   non  sono  pazzi   o emarginati, ma persone assolutamente comuni, che appartengono a tutte le classi sociali e spesso anche in possesso di gradi di istruzione elevati e di condizioni economiche agiate.

Al tempo stesso questi uomini non sono culturalmente lontani da noi, come molte campagne anti-immigrazione hanno in passato frequentemente fatto credere, allorché qualche efferato delitto si è compiuto all’interno di una comunita migrante, perché la gran parte dei femicidi ha come autori uomini italiani, così come sono per lo più italiane le vittime.

Da allora fortunatamente, ed anche grazie al nostro paziente lavoro di ricostruzione degli scenari dei  femicidi, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica nei  confronti  delle donne uccise per mano di uomini per lo più a loro molto vicini, è radicalmente cambiata.

Ora  se  ne  parla  molto,   e  in  modo  anche  diverso,   come  evidenzia  la  diffusione  dell’utilizzo  dei termini ¨femicidio” e ¨femminicidio”.

Tuttora non sempre se ne discute nel modo piu opportuno, dato che spesso ancora prevale, basti pensare ad alcune trasmissioni  televisive come ¨Amore criminale”, la tendenza ad enfatizzare e spettacolarizzare   questi   delitti,   senza   mettere   compiutamente   al   centro   quella   che   ne   è   la caratteristica  principale,   ossia di  essere delitti  di   genere, commessi  contro le donne,  in  quanto donne, come rilevava Diana Russell allorché volle dare loro un nome, ¨femicide” appunto, che ne rilevasse tale natura.

Un esempio sicuramente di buona informazione è quello svolto dal giornalista Riccardo Iacona, che sia nel  suo libro dedicato ai femicidi  ¨Se questi sono gli  uomini”, pubblicato nel 2012, che nella recente puntata di report in onda domenica 25 febbraio 2013 e interamente dedicata alla violenza contro le donne, ha fatto emergere come i femicidi siano troppo spesso delitti annunciati, perché in tanti casi sono preceduti da anni di maltrattamenti, frutto di silenzi e complicità da parte di coloro che sono vicini alle donne che subiscono violenza, ma anche e soprattutto da parte delle istituzioni, che non destinano fondi a supporto dei centri antiviolenza, né mettono in campo serie politiche di prevenzione e di promozione di una cultura del rispetto tra i generi, nella sottesa convinzione che la  violenza  non  sia  un  problema  pubblico,   di   violazione  dei   diritti   umani   delle  cittadine  che  la subiscono, ma una questione da relegare all’ambito privato.

Un altro segno di questo cambiamento si puo constatare nel recente lavoro effettuato dall’Eures, istituto di ricerca che si occupa di analizzare l’andamento degli omicidi volontari in !talia, che pur se nel corso degli anni precedenti era solito dedicare un approfondimento agli omicidi di ambito familiare, nel dicembre del 2012 ha pubblicato per la prima volta uno studio sui femicidi in Italia realizzatisi  nell’arco temporale di  un decennio, adottando, anche questo per la prima volta, una prospettiva di genere.

Si tratta di un lavoro importante che finalmente ci consente di disporre di un termine di raffronto per le nostre indagini, scientifico e completo, dal momento che, pur utilizzando anche l’Eures come fonte dei dati la stampa, esso ha la possibilità di comparare e integrare le informazioni con i dati del Ministero dell’Interno.

Un  limite  che  noi   da  sempre  rileviamo  rispetto  alle  nostre  indagini   infatti,   è  quello  di   essere inevitabilmente sottostimate, perché la stampa non sempre riporta tutte le tipologie di femicidio: per esempio, è piuttosto difficile rintracciare i delitti di donne legate al mondo della prostituzione, cui si deve aggiungere il numero invisibile e sommerso di donne che, pur vivendo in Italia, non possiedono il permesso di soggiorno e la cui eventuale scomparsa, dunque, non viene denunciata salvo che non ne venga rinvenuto il corpo.

venendo  ai   dati   rilevati,   nel   corso  dell’anno  2012 sono  stati   registrati   12+  casi   di   femicidio.   !l numero  assoluto  risulta  inferiore  a  quello  dell’anno  precedente;   fino  al   2011  infatti,   le  nostre ricerche evidenziavano un andamento in crescita dei femicidi.

Riteniamo tuttavia che tale leggera diminuzione, da 129 a 12+ casi, non debba essere considerata come  il   segnale  di   una  diminuzione  del   fenomeno,   soprattutto  considerando  che  il   numero  di donne uccise nel 2012 è comunque superiore al numero relativo al quinquennio 2005 – 2009.

Rispetto agli anni precedenti, per il 2012 abbiamo raccolto anche i casi di tentato femicidio, ossia tutti quegli eventi in cui la donna non ha perso la vita ma è stata comunque gravemente ferita (si vedano le tabelle a, b e c).

Nel  2012 sono stati +7 i  casi  di  tentato femicidi  riportati  dalla stampa: anche questo numero è sicuramente da considerarsi sottostimato, più di quanto non lo sia il numero dei femicidi. Infatti la stampa riporta in evidenza per lo più i casi eclatanti, in cui la morte della donna è stata evitata in extremis i dati sugli autori, le vittime, il contesto dei femicidi, nonché sulla relazione tra autori e vittime, si confermano in continuità con quelli degli anni precedenti.

!l 69¾ delle donne uccise sono italiane, il 73¾ degli autori dei femicidi sono italiani anch’essi. Il 60¾ dei  femicidi  avviene  nel  contesto di   una relazione intima tra  vittima e autore, in corso  o conclusa. Nel 25¾ dei casi le donne uccise erano in procinto di porre fine alla relazione o l’avevano già fatto. Nel 63¾ dei casi il femicidio si realizza in casa, sia essa della vittima, dell’autore o di un familiare.   Anche  nel   2012  le  donne  non  sono  le  sole  vittime  dei   femicidi:   altre  8  persone,   in maggioranza figli della donna o della coppia, pagano con la vita questa estrema forma di violenza di genere.

Un   dato   interessante   su   cui   pare   opportuno   soffermarsi,   il   solo   a   segnare   una   notevole discontinuità rispetto agli anni precedenti, è quello riguardante il numero di casi in cui la stampa riporta l’informazione sulla presenza di precedenti di violenza e maltrattamento contro la vittima effettuati dall’autore. Ebbene se fino al 2011 in quasi il 90¾ dei casi riportati dalla cronaca tale tipo  di   informazione  non  era  reperibile,   perché  l’articolo  non  ne  faceva  cenno,   oggi   sappiamo invece che il +0¾ delle donne uccise nel 2012 aveva subito precedenti violenze da quel partner od ex che poi l’ha uccisa. E’ un dato che ci soddisfa da un lato, perché è segno di come, anche grazie al nostro lavoro, la sensibilità e la cultura dei media siano cambiati, di come la consapevolezza del legame profondo tra violenza di genere e femicidio, che abbiamo sempre denunciato, sia diventata patrimonio comune. Al  tempo stesso questo dato ci  dice anche un’altra cosa molto importante, ovvero come sia assolutamente necessario e urgente fermare la violenza prima che essa giunga all’irreparabile. Esso ci permette di affermare con sempre maggiore convinzione che è necessario e possibile prevenire questi delitti, offrendo una protezione maggiore e più adeguata alle donne che vivono situazioni di violenza, e per far questo è necessario destinare risorse ai centri antiviolenza, rafforzare le reti di contrasto alla violenza tra istituzioni e privato sociale qualificato, effettuare una corretta formazione di operatori sanitari, sociali  e del  diritto, perché sempre più donne possano sentirsi   meno   sole,   possano   superare   la   paura   e   divenire   consapevoli   che   sconfiggere e sopravvivere alla violenza è possibile.