21 Set 2013

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Se comunicazione fa rima con discriminazione

Al Convegno su “Se comunicazione fa rima con discriminazione” Lorella Zanardo illustra il suo metodo di analisi delle pubblicità e delle trasmissioni sessiste. Un metodo con cui, nelle scuole, stimola negli studenti una visione capace di consapevolezza critica. E introduce il suo discorso mostrando come il lavoro delle associazioni e dei singoli che da anni si battono su questi temi (da lei stessa, con il Corpo delle Donne, a DonneinQuota, Udi e altre) sia stato raccolto e soprattutto rilanciato in modo autonomo da un grande numero di attivisti/e e blogger, in prevalenza donne, ma che contano anche numerose voci maschili.

Chi sono? Voci che salgono da basso, in maggioranza “anonime” – o meglio “anonimamente generose”. Infatti non diffondono la loro visione critica per professione o in cambio di alcun tornaconto, ma per la certezza che questo esercizio di espressione sia giusto, necessario e utile a tutte/i. Se gli enti pubblicitari e le istituzioni decidono di collaborare, si crea il quadro vincente, che lei ritiene sia ormai a buon punto in Italia. E, attraverso alcuni case histories, mostra quanto questo metodo condiviso sia efficace e dunque da incentivare per il futuro.

Il convegno “Verso una comunicazione responsabile: criticità e prospettive. Quando comunicazione fa rima con discriminazione, un confronto tra Comuni e mondo della comunicazione” ha avuto luogo per iniziativa del Comune di Milano, il 17 settembre 2013. L’intento era mettere a confronto le Amministrazioni locali e diversi attori coinvolti nel mondo della comunicazione affinché definiscano e valutino insieme gli strumenti più adeguati a rendere efficaci azioni migliorative da parte delle Amministrazioni comunali.

Il video:

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“LE DONNE VENDONO, VENDI LE DONNE” è il primo film di montaggio del collettivo Un Altro Genere di Comunicazione. In poco più di venti minuti, il tentativo è quello di raccontare lo sfruttamento dei corpi femminili e la loro oggettivizzazione in nome di mercato, profitti, audience.
Programmi di intrattenimento, spot pubblicitari, cartellonistica, carta stampata usano tutti gli stessi stereotipi come fossero rivolti evidentemente a un pubblico solo maschile ed eterosessuale.
Lo sguardo mediatico rende le donne oggetti di rappresentazioni alienanti, relegandole ad essere portatrici di carica erotica uniche responsabili della gestione di ambiti familiari e domestici, annientando tanto l’individualità che la collettività del genere femminile.
Spesso le critiche alle rappresentazioni mediatiche vengono poste in maniera sovrastrutturale, mirando solo ad evidenziare lo svilimento del corpo delle donne, l’uso massiccio che se ne fa, senza però sottolineare quale sia la struttura da decostruire, cioè il mercato economico che fa del corpo femminile un feticcio per vendere e riducendo esso stesso a merce.

Il video:

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