22 Giu 2026
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Il diritto a un’università senza violenza.
Collaboro con il Centro Antiviolenza Casa delle Donne da vent’anni.
Da oltre vent’anni ascolto storie di violenza, di molestie, di ricatti, di silenzi imposti.
E continuo a farlo perché, insieme ad altre donne, ho imparato una cosa semplice e potentissima: uscire dalla violenza è possibile.
È possibile se non sei sola. È possibile se c’è qualcuno che ti crede. È possibile se le istituzioni smettono di voltarsi dall’altra parte.
Casa delle Donne è anche una delle firmatarie della presa di posizione dei Centri Antiviolenza a sostegno delle studentesse e degli studenti dell’Università di Brescia.
Sono qui perché quello che è successo alle ragazze che hanno denunciato non è un caso isolato, non è un incidente.
È il sintomo di un sistema.
Un sistema in cui il potere accademico – il potere di dare un voto, una tesi, una borsa di studio, una carriera – può diventare un’arma.
E quando quel potere viene usato per umiliare, toccare senza consenso, ricattare, far pressione, non è goliardia. È violenza di genere.
Da che parte stanno i Centri Antiviolenza?
I Centri Antiviolenza di Brescia – tra cui Casa delle Donne – hanno preso posizione pubblicamente.
Abbiamo letto le testimonianze delle studentesse e degli studenti. In quelle parole abbiamo riconosciuto cose che ascoltiamo da anni nei nostri colloqui:
○ la paura di non essere credute;
○ la paura di essere isolate;
○ la paura di “rovinarsi il futuro” se si parla.
Nella nostra presa di posizione abbiamo detto che:
○ non si tratta di “malintesi”, ma di comportamenti reiterati;
○ questi comportamenti producono umiliazione, intimidazione, paura, e violano anche il diritto allo studio;
○ non sono episodi isolati, ma parte di dinamiche di potere e di silenzio che attraversano l’università.
Noi stiamo dalla parte di chi rompe il silenzio. Dalla parte di chi rischia la carriera per dire la verità.
L’Università di Brescia non è neutrale. Se non sta dalla parte di chi denuncia, di fatto sta dalla parte di chi molesta.
Cosa chiamiamo “molestie” in università?
Quando parliamo di molestie in università, non stiamo parlando di un complimento maldestro. Non stiamo parlando di “non si può più dire niente”.
Parliamo di cose molto concrete:
○ messaggi insistenti, commenti sul corpo, allusioni sessuali “per scherzo”;
○ inviti “privati” con il sottotesto: “se vieni, l’esame va meglio; se non vieni, arrangiati”;
○ mani addosso non richieste, baci rubati, abbracci forzati nei corridoi, negli uffici, alle cene di dipartimento;
○ pedinamenti, pressioni, controllo ossessivo, “ti aspetto fuori dall’aula”, “so dove abiti”.
Parliamo di frasi come:
○ “Sei troppo carina per fare ricerca seria”;
○ “Con quel corpo lì non hai bisogno di studiare”;
○ “Lo sanno tutti come hai fatto a passare quell’esame”.
Questo non è normale. Questo non è il prezzo da pagare per studiare o per fare carriera.
La legge non le chiama “esagerazioni”. La legge le chiama molestie, violenza sessuale, discriminazione di genere.
E quando dall’altra parte c’è un professore, un supervisore, un “nome illustre”, non è seduzione: è abuso di potere.
Il potere accademico non è neutro.
In università non siamo tra pari. Una studentessa non è alla pari con un professore ordinario. Una dottoranda non è alla pari con il proprio supervisore.
Chi ha il potere di bocciarti, di bloccarti la tesi, di non firmarti la borsa, ha un potere enorme sul tuo futuro.
Questo potere è strutturale:
○ decide chi entra e chi resta fuori dall’accademia;
○ decide chi può permettersi di denunciare e chi no;
○ decide chi viene considerato “promettente” e chi “problematico”.
Quando questo potere viene usato per ottenere sesso, silenzio, disponibilità, non è un fatto privato. È violenza di genere istituzionale.
Le convenzioni internazionali, le norme europee e italiane ci dicono che: se una persona non può dire “no” liberamente, perché ha paura di perdere l’esame, la tesi, il lavoro, quel consenso non è libero.
E se il consenso non è libero, non è consenso.
L’università ha obblighi di legge, non solo buone intenzioni.
Questa università non è una bolla fuori dal mondo. È un luogo di lavoro e di formazione, e come tale ha obblighi giuridici precisi: prevenire e contrastare molestie e discriminazioni.
Il diritto del lavoro, il Codice delle pari opportunità, gli standard europei e internazionali dicono che:
○ le molestie, anche solo verbali, sono discriminazione quando violano la dignità e creano un clima intimidatorio, ostile, umiliante;
○ chi subisce ha diritto a tutela, non a essere isolata o zittita “per il bene dell’ateneo”.
Questo significa che:
○ non basta avere un codice etico sul sito;
○ non basta dire “condanniamo ogni forma di violenza”;
○ servono procedure chiare, tempi certi, responsabilità definite.
Un’università che tollera le molestie non è solo ingiusta: è fuori linea rispetto ai diritti fondamentali.
Il linguaggio come arma:
La violenza passa anche dalle parole.
Passa per le battute in aula:
○ “Non prendertela, è solo ironia”;
○ “Non si può più scherzare su niente”;
○ “Le femministe hanno rovinato l’università”.
Passa per i commenti nei corridoi, nei gruppi WhatsApp, nelle chat di laboratorio. Passa per la normalizzazione del sessismo, dell’omolesbobitransfobia, del razzismo.
Gli standard europei ci dicono chiaramente che anche solo il linguaggio può costituire molestia quando crea un clima intimidatorio e degradante.
Ogni volta che una studentessa viene zittita con “non fare la vittima”, “non rovinare la reputazione dell’ateneo”, il messaggio è: qui dentro la tua dignità vale meno della carriera di chi ti molesta.
E questo, per un’università, è un fallimento educativo enorme.
“Abbiamo paura di essere riconosciute”: non fragili, ma lucide.
Le ragazze che hanno parlato – e quelle che non possono ancora farlo – dicono tutte la stessa cosa:
○ “Abbiamo paura di essere riconosciute”;
○ “Sappiamo che ci sono altre denunce”;
○ “Sappiamo che ci sono nomi illustri coinvolti”.
Questa paura non è una fragilità da curare. È una diagnosi lucidissima del sistema.
Se denunciare significa rischiare la tesi, il voto, la borsa, la reputazione, allora il messaggio che arriva dall’istituzione è: se parli, rovini te stessa. Se taci, proteggi noi.
Noi, come Centro Antiviolenza, diciamo l’opposto: se parli, non sei tu a rovinare l’Università. Chi la rovina è chi usa il potere per molestare e chi lo copre.
E questo vale qui, ma vale anche per tutti i casi che abbiamo visto negli ultimi anni, in altre università, in altri luoghi di formazione, in altri contesti di potere.
Cosa fa un Centro Antiviolenza per chi subisce molestie in ateneo
Per chi subisce molestie in università, un Centro Antiviolenza è:
○ uno spazio sicuro dove puoi parlare anche se non hai ancora le parole giuste;
○ un luogo dove capire insieme se quello che hai vissuto è molestia, stalking, violenza sessuale, discriminazione;
○ un luogo di consulenza legale e di supporto psicologico;
○ un luogo di accompagnamento: non ti lasciamo sola davanti a commissioni e istituzioni.
Ma non vogliamo solo curare le ferite. Vogliamo cambiare le regole del gioco.
Per questo, come Centri Antiviolenza, chiediamo all’ Università di Brescia:
○ una policy chiara e pubblica contro le molestie e la violenza di genere;
○ canali di segnalazione sicuri e non ritorsivi, con il coinvolgimento di soggetti esterni come i Centri Antiviolenza;
○ formazione obbligatoria su violenza di genere, consenso, abuso di potere per tutto il personale e per chi insegna;
○ sanzioni reali e trasparenti per chi molesta, a prescindere dal ruolo e dal prestigio;
○ trasparenza dei dati sulle segnalazioni e sugli esiti.
Queste non sono richieste “radicali”. Sono il minimo per un’istituzione che si dice democratica e attenta alla parità.
Se l’università è davvero luogo di sapere e di libertà, deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio.
La nota stampa del Rettore: dalle parole ai fatti.
Il 25 maggio il Rettore ha diffuso una nota stampa.
In quella nota l’università:
○ riconosce che sono arrivate segnalazioni anonime su comportamenti “inappropriati, offensivi e lesivi della dignità personale”;
○ dichiara che questi atteggiamenti “non sono né saranno mai accettati”;
○ si rivolge a studentesse e studenti dicendo “non siete soli e sole”;
○ afferma di aver avviato le “necessarie verifiche” e di voler garantire un ambiente di studio e di lavoro rispettoso.
Noi prendiamo sul serio queste parole. Le prendiamo sul serio perché sono impegni pubblici, non semplici rassicurazioni.
E allora, da questo palco, diciamo:
Se dite che questi comportamenti non saranno mai accettati, vogliamo vedere come li fermate.
Se dite “non siete soli e sole”, vogliamo vedere canali di ascolto sicuri, autonomi, trasparenti.
Se dite che avete avviato le verifiche, vogliamo vedere tempi, esiti e conseguenze reali per chi molesta.
Non basta dire “vi ascoltiamo”. Bisogna far vedere che chi molesta viene fermato, non protetto.
A chi sto parlando adesso:
– Alle studentesse e agli studenti.
Se qualcosa vi fa stare male, se sentite che un esame, un ricevimento, un colloquio non si gioca sul merito ma sulla vostra disponibilità a subire,
non è colpa vostra. Non siete voi troppo sensibili, è la violenza a essere troppo normalizzata.
Avete diritto a studiare, a lavorare, a fare ricerca senza dover pagare pedaggi di corpo o di silenzio.
– Alle colleghe e ai colleghi del professore.
Il vostro silenzio non è neutro. Ogni volta che fate finta di non vedere, state dicendo al collega: “puoi continuare”. E alla studentessa: “non ti credo abbastanza per rischiare qualcosa per te”.
– Alle istituzioni universitarie.
Non potete più dire “non sapevamo”. C’è una presa di posizione dei Centri Antiviolenza. C’è una nota stampa che riconosce segnalazioni e disagio. Ci sono testimonianze pubbliche.
Da oggi sapete. E da oggi, ogni scelta di non intervenire è una scelta politica.
Conclusione: la democrazia vale anche in ateneo.
Noi, come Centro Antiviolenza Casa delle Donne, saremo qui. Se non ci volete dentro l’università, staremo fuori. Ma noi vogliamo stare dentro. Dentro i regolamenti, dentro le aule, dentro le procedure.
Perché un’università che tollera le molestie, gli abusi di potere, la violenza di genere non è neutrale. È un’università che sceglie. Sceglie di voltarsi dall’altra parte. Sceglie di lasciare sole le ragazze.
E quando un’università fa questo, nega una cosa semplice e radicale: il diritto di tutte e tutti a vivere, studiare e lavorare senza violenza.
La violenza non è un incidente. Non è un equivoco. Non è un “malinteso”. È una violazione dei diritti umani. Ferisce il corpo, la mente, la possibilità di studiare, di lavorare, di scegliere il proprio futuro.
Noi lo diciamo qui, davanti a tutti: crediamo alle ragazze. Crediamo a chi ha già parlato. E stiamo accanto a chi oggi non ce la fa ancora a parlare.
Continueremo a esserci finché nessuna dovrà più scegliere tra la propria libertà, la propria dignità e la propria carriera.
Questa non è solo una questione di regolamenti. È una questione di vita, di corpi, di futuri rubati. È una questione di diritti umani.
E sì, è anche una questione di democrazia. Perché dove c’è violenza, paura, ricatto, la democrazia si svuota, diventa una parola vuota.
Democrazia significa poter vivere, studiare e lavorare senza violenza, senza dover pagare un prezzo per dire di no.
E la democrazia, o vale anche dentro l’università, o non vale affatto. E deve valere, per tutte e tutti, il diritto a un’università senza violenza.
Cristina Guatta – Avvocata di Casa delle Donne